• Marijan Grakalić

La morte di James Joyce







Nel 2021 Marijan Grakalić ha pubblicato la raccolta La morte di James Joyce e altre storie del XX secolo, dalla quale riportiamo l’omonimo racconto nella traduzione italiana. Trentasei racconti formano un omnibus in prosa con cui l’autore, cercando di abbracciare il Novecento, soprattutto la sua prima metà, sottolinea al tempo stesso la sensibilità mitopoietica dell’Istria come punto di partenza per segnare le componenti essenziali del Secolo Breve. La scelta dell’Istria non è casuale; è uno spazio culturale in cui l’autore ha trascorso una parte della sua vita e alla cui storia e cultura è rimasto legato, soprattutto a microcosmi che rispecchiano l’aspetto mitologico di questo promontorio multiculturale del Sud Europa. Nei racconti di Grakalić si incontrano e intrecciano cambiamenti storici più ampi, miti, echi di movimenti artistici d’avanguardia, ascesa e caduta di ideologie, concetti di fuga e di esilio, oltre a vicende di rivoluzionari e artisti senza i quali la mappa dei primi decenni del XX secolo sarebbe inconcepibile.

Božidar Stanišić


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La morte di James Joyce


Nei periodi di grande importanza storica – l’uomo è segnato dal destino del ghiro. Le sue ore si muovono lentamente, nella caccia, nel gioco e nel sonno, nonostante il suo impegno vitale sia enorme. La morte ci prende e ci porta via sempre all’improvviso, inesorabilmente, nonostante l’immenso sforzo della vita. Nella nostra piccola epoca e nella nostra cittadina, i morti hanno la loro collina che prende il nome dai ghiri, Monte Ghiro. Lì c’è un cimitero. Un tempo si credeva che le tombe nella terra fossero cavità nella coscia di Giove, scure e umide come quelle negli alberi in cui vivono i ghiri. Il loro pastore era Pan, e durante il vento freddo che precede al letargo lo si sentiva, invisibile, esclamare, fischiare e rantolare, poi anche lui morì. Il suo corpo venne mangiato dalle lumache. La casa scartata della lumaca è un simbolo della tomba santa, quella in cui, una volta che Dio gli avrà permesso, egli sarà resuscitato e poi vivrà per sempre.


La nebbia è sopra il mare. La notte prepara trappole per volti irrequieti. Si trova sempre un posto in cui vengono più presentiti che menzionati.


- Vivo l’oggi ma di tanto in tanto mi metto in cammino. Il “Delfino d’oro” era pieno del profumo delle sardine arrostite e del vin brulé.


-Anche questo è eccezionale – spiega Joyce – Mi libera dalla storia, personale e qualsiasi altra. Comunque, lei capirà che ciascuno dimentica tutto ciò che è superfluo subito dopo il saluto. Si calcolano i debiti, la storia venerea delle donne del porto passa sotto silenzio, si ricordano slealtà e tradimento, e poi, se un uomo diventa cauto è più o meno irrilevante.

– Beh, lei non è più a Dublino, professore. Ora non sta scrivendo di Ibsen, siamo qui con un bicchiere di vino. Il Mediterraneo è così disgustato da questi drammi da camera, sentimentali come le fantasie femminili, canzoncine che una ragazza imprigionata a Tula scriverebbe per noia, finché suo padre non la dà in sposa al miglior offerente.


– Lasci stare Ibsen. Nietzsche lo chiamava “vecchia signora”, Lei ha ragione. Ma vede, è necessaria una completa apertura. Certo, chissà quando la troverò e se mai la troverò. L’Irlanda è circondata da un mare scuro, coste irte, acque scure e nefaste, antiche leggende di un’isola nella nebbia, come una terra di eternità trovata principalmente dai morti. C’è poi questa primissima missione del cristianesimo, la santità importante e unica per le isole, come può esserci solo nell’ovest, dietro i cui banchi di sabbia per secoli non c’erano che miti e leggende su mostri marini, fate delle baie e dei fiumi e laghi e, naturalmente, insonnie eterne in innumerevoli notti cupe. Prendiamo delle sardine?


- Vinko, dacci due sardine e un altro mezzo litro di bevanda nera.


In un’epoca in cui l’Irlanda lottava per l’indipendenza, quando si faceva tutto per preservare la tradizione e per mettere il talento al servizio della nazione, Joyce era di cattivo umore. Lo sto guardando adesso, è passato parecchio tempo da allora, ma il malumore non lo abbandona. Che vada tutto al diavolo, i vecchi sfruttatori sono stati sostituiti dai cosiddetti statisti politici, parrocchiani e avventurieri locali. Nuovo ceppo nazionale e di classe. E lui siede qui in fondo a via Sergi con me nella locanda, ben consapevole che anche qui sono di scena ingannatori, mascalzoni, libidinosi e mostri. In realtà, non sono affatto sorpreso del suo esilio, lui stesso soffre ogni persecuzione e tirannia, poiché ogni pensiero e scrittura senza censura, da Shakespeare a lui, è stato apertamente considerato tradimento. Così lo interpretano i ladri.


Sono arrivate le sardine e il vino. Mangiamo. Non ci sono altre persone, in questo tardo pomeriggio, che tratterebbero le loro belle anime, per quanto i loro corpi non siano tali, con il ristoro in un bar.


Vinko estrasse dalla fondina la sua tromba d’oro. Il giovane è molto istruito, ogni tanto i giornali di Zagabria pubblicano qualcosa di suo. Ama sia l’arte che l’atmosfera della locanda. Porta la tromba alle labbra e inizia a suonare Torna a Surriento. Non mi ero accorto che prima stava ad ascoltarci. Va bene. È meglio che i più giovani imparino il prima possibile e sappiano il più possibile. In seguito, sarà più facile per loro dire apertamente ciò che pensano.


– La capisco, professore. Dopotutto, non esiste una diga magica che impedisca all’antica gloria di trasformarsi con il tempo in vergogna. È comunque una questione di punto di vista. Ma lei non deve essere facondo, inoltre è fantastico che il tradimento sia un suo argomento costante. Tradimento del marito, della moglie, dell’individuo o della comunità, il tradimento della lingua, della nazione e di tutta la storia, per così dire, inizia con ciò che è instabile, ingannevole.


– Tutto nasce dalla delusione, dall’ingratitudine che può stordire intere generazioni e indurle a disprezzare un singolo uomo, artista, poeta, scrittore o eroe. La mia Irlanda è adultera, almeno come la sua Istria o la Croazia. È vero che purtroppo non si può scegliere il paese di nascita. Il mondo intero, dopo tutto, è solo un’enorme vanità. Concludo questo principalmente da esule spirituale, perché, tra tutte le cadute, è quella che l’uomo può comunque sopportare più facilmente.


– A volte mi sembra che siamo grotteschi, che la letteratura sia solo una parte del costante desiderio di totalità che appare in infinite varianti di ricerca, di disperazione o almeno in alcune sue prospettive. È certo che gli artigiani se la cavano meglio nella vita, non solo nella scrittura, ma anche in quella, naturalmente. Qui, ad esempio, gli incisori realizzano stemmi e targhe decorative con i nomi dei nuovi signori e sono sempre i benvenuti in qualsiasi epoca. Il mestiere insegna loro ad essere alfabetizzati. Come i giornalisti, per esempio.


– Come lei sa, me ne sono andato prima a Parigi. A quel tempo la città era tristemente allegra e sognava ancora la Belle Epoque, per meglio dire i suoi resti. L’unica cosa che ho comprato, non so nemmeno perché, e comunque non avevo soldi, è stato un ventaglio di piume viola. La sera, dopo che per intere giornate visitavo le redazioni delle case editrici, delle riviste e dei giornali, mi sedevo nella mia stanza d’albergo in via Corneille e la guardavo così intensamente che a volte ero paralizzato. È stato allora che mi son reso conto che la morte è immutabile in termini di tempo, che il tempo stesso è una sorta di censura, e che farà bene la letteratura a liberarsene. Ogni buona drammaturgia, se è sincera, deve in definitiva avere dei tratti cosmici, sia che si riferisca al diluvio, alla crocifissione o al Giorno del Giudizio, cioè a fenomeni epocali. Comunque, potremmo bere un altro bicchiere prima di andare a casa.


Vinko portò da bere. Pola stava già entrando nella notte. La dea Borea dirigeva un vento freddo sulla città, che portava nebbia dal mare; le strade si erano ristrette fino all’orlo in una fitta lebbra, umida e fredda nella ruvida oscurità.


- L’unico pregio convincente di questo posto, se escludiamo lo scricchiolio del letto di notte, è questa terribile nebbia. Joyce ora si stava guardando il cappotto e il cilindro: “A volte la nebbia scende anche nel mio sogno. Penso che tornerò presto, trasferendomi però a Trieste o a Roma.


- Ognuno qui è istrione a modo suo. È vero?


- Sa, sono consumato dall’oscurità, forse perché sfido tutto e tutti. Tuttavia, noi irlandesi per primi abbiamo dato alla confraternita dei maestri poeti il ​​diritto di scrivere i propri versi, e non di ripetere il folklore. Dopotutto, in ogni caso, mi stia bene.


Joyce se ne andò silenziosamente nella nebbia. Vinko tirò fuori di nuovo la tromba, versò da bere nei bicchieri e suonò Il silenzio. Più tardi riflettei su come potrebbe esserci qualcosa di vero nel fatto che il presentimento, inconsciamente, da solo, sbocci in un qualche gesto. Dopotutto, chi può essere indifferente alla rabbia improvvisa e imprevista? Solo il cosmo?


Camminava lentamente. Da solo per strada. Le luci lattiginose dei negozi non arrivavano lontano a causa della nebbia. Contrariamente alla liturgia e ai suoi ceri, sarà un riflesso dell’ultimo sacramento. All’inizio udì dei passi sordi. All’inizio non prestò attenzione. Dopo qualche istante gli sembrò di essere pedinato. Alcuni istanti dopo ne fu sicuro. Si voltò, ma non vide nessuno. Fece ancora qualche passo e si voltò di nuovo. La sagoma di un uomo di bassa statura gli si era avvicinata molto. Il coltello gli balenò in mano. Joyce corse il più veloce che poteva sulla scivolosa strada romana. Maledisse Vespasiano. Nessuno da nessuna parte, anche se non è ancora così tardi. L’assassino si avvicinava sempre di più a lui. Il petto gli doleva, come se stesse per esplodere. Riusciva a malapena a respirare. Accanto all’arco di trionfo vide due poliziotti che spensieratamente chiacchieravano e fumavano. Corse verso di loro con le sue ultime forze. Poi il suo cuore lo tradì. Cadde morto davanti all’arco trionfale. I poliziotti non capirono niente se non che stava correndo e che poi era caduto. Dopotutto, la strada era scivolosa.


– Miei cari, questo bastardo è ubriaco, l’ho portato da solo fin qui. Portatevelo con voi, che gli passi la sbornia domattina, disse l’uomo che lo aveva inseguito. Il coltello l’aveva già nascosto. Aiutò a sollevarlo. Gli agenti presero Joyce leggero come una piuma, ciascuno sotto un braccio, e lo trascinarono in una stazione di polizia lì vicino. La mattina ne constatarono il decesso. Infarto, affermò il medico. Ovviamente nessuno collegò nulla all’assassino, né a quello che era successo davvero. Si accorsero solo pochi giorni dopo, quando lo stesso personaggio, terrorista anti-turisti e anarchico come era stato anche suo nonno, Aldo di Lavarigo, era stato catturato dopo aver tentato di accoltellare una famiglia italiana a Fasana. Poi, confessò per vanità, imprecando contro la polizia e dandosi importanza per la sua lotta e i suoi ideali.


Joyce fu sepolto sul Monte Ghiro; nonostante l’elevata umidità, non c’erano ghiri. Vinko suonò al funerale. Anche Pola, per quel crepuscolo, era nebbiosa. Invece di parlare, lo citai sulla tomba in una frase: “Vanità, oh vanità, tu vinci”. Poiché non furono trovati documenti nel suo appartamento, la sua identità fu stabilita solo successivamente tramite Interpol: James Joyce, Dublino, Repubblica d’Irlanda. Un insegnante di antichità classica, senza un domicilio permanente. Classico.


Traduzione dal croato: Božidar Stanišić